Corte Suprema: un'accusa penale pendente è sufficiente per trattare il rientro di un titolare di green card come richiesta di ammissione
Il 23 giugno 2026, con una decisione di 6 voti contro 3, la Corte Suprema ha stabilito che gli agenti di frontiera possono classificare il rientro di un residente permanente legale (green card holder) come seeking admission (richiesta di ammissione) senza dover disporre di prove chiare e convincenti di un reato di turpitudine morale: è sufficiente che l'agente abbia ragionevoli motivi per ritenere che il reato sia stato commesso. La sentenza — Blanche v. Lau, n. 25-429, redatta dal giudice Thomas — interpreta la sezione 101(a)(13)(C)(v) dell'INA e amplia sensibilmente la discrezionalità degli agenti CBP nei confronti dei residenti permanenti che rientrano negli Stati Uniti con cariche penali pendenti. L'effetto pratico è che l'interessato viene ricondotto al regime dell'inammissibilità, dove l'onere della prova ricade su di lui anziché sul governo, come invece avverrebbe nel procedimento ordinario di espulsione; in dissenso, la giudice Jackson, con Sotomayor e Kagan, ha avvertito che la decisione consegna all'esecutivo "un assegno in bianco" per relegare i residenti permanenti legali in un limbo giuridico a tempo indeterminato. Su quali condanne e quali accuse pesano sullo status e sull'ingresso si veda condanne penali e altri ostacoli all'immigrazione.