Chiusura amministrativa, la Corte Suprema respinge l'istanza di tre città
Il 27 ottobre la Corte Suprema ha respinto senza motivazione la richiesta di sospendere la sentenza texana che a giugno ha cancellato la regola sulla chiusura amministrativa dei casi davanti ai giudici dell'immigrazione.
Martedì 27 ottobre la Corte Suprema ha respinto con un ordine di una riga, senza motivazione e senza dissensi pubblicati, l'istanza con cui le città di Baltimore (Maryland), Columbus (Ohio) e New Haven (Connecticut) e l'associazione di assistenza legale Centro Legal de la Raza, di Oakland, chiedevano di sospendere la sentenza del 22 giugno 2026 che ha cancellato la regola del 2024 sulla chiusura amministrativa (administrative closure) dei procedimenti davanti ai giudici dell'immigrazione (City of Baltimore v. Texas, n. 26A500: l'istanza, depositata il 9 ottobre e presentata al giudice Alito, è stata da lui rimessa all'intera Corte). La chiusura amministrativa è la «sospensione temporanea» di un caso: per almeno trent'anni i giudici dell'immigrazione e la Board of Immigration Appeals l'hanno usata, per esempio, per non far proseguire il procedimento di espulsione di una vittima di reato o di un minore trascurato con una domanda pendente presso l'USCIS, e il caso poteva sempre essere ripreso su richiesta di una parte. Nel maggio 2024 l'Executive Office for Immigration Review (EOIR), da cui dipendono i giudici dell'immigrazione, l'aveva disciplinata con una regola adottata dopo consultazione pubblica (Efficient Case and Docket Management in Immigration Proceedings, 89 FR 46742). Dopo il cambio di amministrazione il direttore facente funzioni dell'EOIR ha scritto in un memorandum che l'ente «non potrebbe, e non vorrà» difendere la regola in buona fede; il 22 giugno 2026 il Texas l'ha impugnata davanti al tribunale federale di Wichita Falls (Texas v. U.S. Department of Justice, n. 7:26-cv-00070) e, nel giro di poche ore, Texas e Dipartimento della Giustizia hanno chiesto insieme una sentenza concordata (consent judgment), firmata lo stesso giorno dal giudice capo Reed O'Connor. La sentenza annulla la regola per intero e in tutto il Paese, dichiara che «nessuna legge autorizza i giudici dell'immigrazione» a chiudere in via amministrativa o a sospendere a tempo indefinito i casi, vieta al Dipartimento della Giustizia di applicare la regola e di adottarne altre che permettano la chiusura amministrativa senza un'espressa base di legge, e registra la rinuncia delle parti all'appello. Le tre città e il Centro Legal hanno chiesto di intervenire per difendere la regola al posto del governo; il tribunale ha negato l'intervento il 21 agosto, per difetto di legittimazione (standing), e la sospensione il 2 settembre, e il 29 settembre il Quinto Circuito ha negato a sua volta la sospensione, senza motivazione scritta. Davanti alla Corte Suprema le città, assistite da Democracy Forward, hanno parlato di una causa «collusiva», con cui una regola adottata con consultazione pubblica è stata cancellata in un solo giorno aggirando la procedura che la legge prevede per abrogarla, con conseguenze per «centinaia di migliaia» di casi. L'appello resta pendente davanti al Quinto Circuito (n. 26-10794), ma intanto la sentenza resta in vigore. Il nodo della chiusura amministrativa è la divisione dei compiti tra l'USCIS, che decide le domande di benefici, e i giudici dell'EOIR, che decidono l'espulsione, spiegata nella pagina su chi fa cosa tra USCIS, Dipartimento di Stato, CBP, ICE e giudici dell'immigrazione.